Confessioni di una mente ribollente

Era maggio quando ho cominciato a fantasticare su dei laboratori estivi da proporre ai bambini di Rocchetta Sant’Antonio.

Mi sfogliavo e risfogliavo il prezioso manuale di Hervé Tullet, “La Fabbrica dei Colori“, e immaginavo: letture all’aria aperta, disegni collettivi, pittura in musica, mani sporche di colore, e per finire sognavo un’imponente mostra nella pubblica piazza, per dare risalto al lavoro dei bambini, per restituire alla collettività il senso di tutto questo.

Volevo qualcosa che non restasse chiuso tra le mura del laboratorio, ma che uscisse fuori, che parlasse alle persone di quanto potenziale (spesso inespresso) sia celato nei nostri bambini. Fantasticavo di una vera e propria festa in nome dell’arte, del colore, della libera espressione, sfondando pareti e sdoganando pratiche e attività che in un piccolo paese come Rocchetta sono ancora di nicchia, o chiamate “lavoretti”.

I “lavoretti”. Chi mi segue da un po’ sa cosa penso di questa parola, quando la si indirizza ai frutti di un laboratorio artistico. I lavoretti sono i coniglietti pasquali di cartoncino fustellato con la coda di ovatta che i bambini della materna preparano a Pasqua. Carini, teneri, per carità. Ma non si può certo dire che siano frutto della sensibilità, dell’estro, della riflessione del singolo bambino. Utili anch’essi per lo sviluppo della manualità fine, non si discute. Ma a parte questo, fini a loro stessi; e i conigli saranno tutti i uguali, grazie alle sapienti mani delle maestre.

Quello che esce da un laboratorio, è tutt’altro. Non è un disegno “bello”, per come lo intende il comune sentire, cioè aderente a un canone, prodotto secondo uno schema, seguendo istruzioni. Le istruzioni ci sono, e devono esserci, ma si limitano al corretto utilizzo degli strumenti: il pennello non va strofinato, devi rispettare i confini del foglio (o del lenzuolo, o del cartellone, o della parete…a seconda dell’attività) devi rispettare il lavoro degli altri, devi avere cura dei materiali…questi non sono limiti ma vincoli: come ho ben appreso da Mauro Bellei, i vincoli sono fondamentali per stimolare la capacità di progettare.

Da un laboratorio non escono lavoretti, escono progetti: escono scenari, sfondi, ritratti, o anche scarabocchi, che però sono stati sempre accompagnati da una riflessione attiva da parte del bambino.

 Dicevo all’inizio che era maggio: stavo facendo jogging, e mentre fantasticavo, ho incrociato Teresa. Con lei era nato in inverno il progetto HeArt Gallery (di cui trovate notizie in questo articolo), con il quale abbiamo unito arte e intelligenza emotiva in laboratori online, creando occasioni di condivisione in tempi di durissimo isolamento.

La incontro mentre corro, e istantaneamente la mia fantasticheria si fa idea concreta. “Teresa, facciamo un HeArt Gallery estivo. Per i bambini.” “Ok, ci sto.”

Le mie idee iniziali erano ambiziose, date le numerose restrizioni causa Covid. La mostra in piazza non siamo riuscite a farla, ma una mostra più raccolta destinata ai genitori dei bambini sì.

Il Comune di Rocchetta e l’Associazione Fitness & Gym ci hanno supportate e aiutate, venendo incontro il più possibile alle nostre esigenze, fornendoci spazi e materiali.

Delle reti di cantiere si sono trasformate in un’installazione; è durata solo un pomeriggio, ma so che ha lasciato il segno. Sia nei bambini, i quali vedendo i propri lavori esposti, ordinati e montati su un supporto, si sono sentiti parte di qualcosa di bello, di grande. Si sono sentiti riconosciuti.

Sia nei genitori, che hanno constatato l’impegno e il lavoro che c’è dietro a quelli che in apparenza sono stati solo cinque pomeriggi di gioco e divertimento; i laboratori d’arte, e nello specifico i laboratori HeArt Gallery, sono palestre in cui si allenano muscoli interiori che per tutto l’anno fremono per scattare, in cui si fanno vibrare corde che spesso restano silenti. Sono un porto franco in cui attraverso stimoli di diversa natura, dal racconto al gioco, dal movimento alla pratica artistica, dal respiro alla voce, i bambini si guardano dentro, si guardano l’un l’altro, e “tirano fuori”, superando (non sempre senza fatica) la paura di non essere abbastanza bravi.

Anche noi educatrici ci siamo messe in discussione; io per lo meno, parlo per me, perché Teresa delle due è quella solida e pratica, che non si fa spaventare o non lo dà a vedere, mentre io spesso mi faccio spaventare dalle mie stesse idee. Arrivo a pensare “non è che mi sto prendendo troppo sul serio? E se questo fosse troppo? Troppo difficile, troppo lungo, troppo semplice, troppo diverso, troppo banale, troppo…?” Un centinaio di voci in testa mi suggeriscono strade diverse, o anche di desistere, di chiudere baracca e burattini perché tanto chi te lo fa fare, alla fine non è che stai cambiando il mondo. Ma una voce, alla fine vince su tutte. “Vai avanti. Sbaglierai, farai bene, ma avrai fatto qualcosa. Non cambierai il mondo, ma smuoverai dei pensieri. Alla fine parte tutto da lì.”

 In cinque pomeriggi abbiamo sperimentato frottage, acquerello, collage, tempere, disegno ad occhi chiusi, pittura a ritmo di musica; abbiamo spaziato dal figurativo all’astratto; abbiamo dato un nome ad emozioni “difficili”, più complesse, come la gelosia, la frustrazione o la nostalgia; abbiamo lavorato su supporti sempre diversi, dal banale foglio A4 al cartoncino nero, in orizzontale e in verticale, su cartelloni e su lenzuola.

Gli schizzi di colore sono arrivati dappertutto: sulle mani, sulle magliette, sui piedi, e dove è più importante, in quell’angolo segreto e “ribollente”, in cui ognuno di noi a modo suo sogna l’impossibile.

Io dico che se ieri alla mostra fosse venuto Hervé Tullet, sarebbe rimasto contento. Io lo sono. Di me, di Teresa che accompagna le mie pazzie, e dei nostri piccoli artisti.

E adesso? Adesso si lavora per l’autunno; abbiamo seminato e i primi frutti sono arrivati, ma non ci accontentiamo. Una mente ribollente non si accontenta mai.