Intervista: “Si fa presto a dire Sergio Olivotti”

 Architetto, insegnante, grafico, illustratore, autore di libri per l’infanzia. Strimpellatore di chitarra. Esploratore di mondi impossibili. E seguendolo sui suoi social, scopri che è anche un irresistibile intrattenitore. Beh, si fa presto a dire Sergio Olivotti: urgeva un’intervista.

Sergio Olivotti nasce come architetto, poi diventa illustratore di libri per bambini; com’è successo? Ricorda come ha capito di volersi buttare in questo mondo?

L’architettura è una disciplina meravigliosa e molto seria che in Italia viene spesso vilipesa e annegata in eccessi di burocrazia (peraltro propedeutica alla corruttela).

Io dico sempre che ero più bravo come architetto che come illustratore, ma verso i 40 anni mi sono accorto che quel mondo di squali non faceva per me e son tornato a fare quello che già facevo a 18 anni: illustrare le mie storie.

Spero tuttavia che qualcosa mi resti dei miei studi da architetto, anzi, ultimamente sto lavorando a togliere e a razionalizzare: due processi tipici della progettazione architettonica.

Sicuramente la fortissima progettualità, il fatto di intendere il libro e l’illustrazione stessa sempre e comunque come oggetti di design, lo devo agli studi di architettura.

Il fil rouge dei suoi lavori è la rappresentazione dell’assurdo, del nonsense. C’è un’opera d’arte, letteraria o pittorica, o un autore in particolare che le è stato di ispirazione nel cominciare ad avventurarsi nei mondi fantastici?

No. Non c’è un autore in particolare nel mio cuore. Ce ne sono per fortuna tanti.

Ad iniziare da tutti quelli che hanno contribuito a formare il mio immaginifico.

Qualcuno mi ha avvicinato a Jacovitti e sicuramente, anche se son stato trent’anni senza leggere nulla di Jacovitti, quando ero alle medie i diari e i fumetti che giravano erano i suoi e quelli di Mordillo e Quino. Erano gli anni 80, periodo d’oro per il surreale e il demenziale persino: c’erano gli Skiantos, i primi libri di Stefano Benni… C’era molto umorismo folle. La consapevolezza venutami a posteriori è che l’assurdo sia una scelta artistica e di vita. Scegliere l’assurdo corrisponde a “girare il cannocchiale”, come diceva il mio prof. Giancarlo De Carlo, a guardare il mondo da un punto di vista diverso, bizzarro. È un modo per fare critica e per guardare con distacco ed ironia al reale, magari immaginandone uno alternativo. Il Fantastico è un fiore che sboccia sempre sui rami del reale (questo lo diceva uno famoso…ma non ricordo chi).

In realtà, a parte questi riferimenti che ho più radicati nell’inconscio e nel mio vissuto adolescenziale, ho molti altri autori contemporanei che amo. Li amo, non mi ci approccio con l’idea di trarne ispirazione ma semplicemente con l’idea di contemplarne la magia. E son davvero molti gli autori che amo: da Javier Jàen a Isidro Ferrer, da Moebius alla Pakowska, da Arianna Papini a Giulia Pastorino.

Qual era la sua fiaba preferita da bambino?

In realtà non ricordo mi leggessero fiabe da bambino. Ricordo che compravo molti fumetti fin dalle elementari: “Topolino”, “Tiramolla” e poi, un po’ più grandicello, i supereroi dell’Editoriale Corno. La mia cultura visiva la integrava mia mamma che insegnava storia dell’arte mostrandomi i lavori dei grandi pittori. Ricordo che a cinque anni mi portò a Roma a vedere “Apollo e Dafne” del Bernini e me ne parlò in una maniera appassionata ed appassionante facendomi amare per sempre l’arte.

Ma non ricordo di libri di fiabe in casa.

Appunti di Geofantastica (Lavieri) di Gianluca Caporaso e Sergio Olivotti

Tra gli autori con cui ha pubblicato, in particolare lo scrittore Gianluca Caporaso (di cui trovate l’intervista qui) condivide con lei la fascinazione per gli “universi impossibili”; pensiamo agli Appunti di Geofantastica, o al Catalogo ragionato delle Patamacchine. Come è nata questa collaborazione?

Quello con Caporaso è stato uno degli incontri più fortunati della mia vita. Lo si deve a Rosa Lavieri e al compianto Livio Sossi.

Con Gianluca, che è un amico prima ancora che collega, condividiamo l’amore per la “Fantastica”.

Borges sosteneva che la Fantastica non è una disciplina aleatoria ma simbolica, e che trascende la narrativa per raggiungere la metafisica con cui condivide i tratti dell’incerto e del misterioso. Condividiamo con Caporaso l’idea che la Fantastica non possa esistere se non in rapporto costante di esagerazione, ribaltamento, contrasto o simbolizzazione del reale. La utilizziamo più (lui) o meno (io) consapevolmente per trattare l’impossibile e l’assurdo e per trastullarci con un linguaggio, sia esso verbale o visuale, che si bea di sconfinare nel sovversivo.

 Parliamo del suo ultimo libro, Si fa presto a dire elefante, edito da Rizzoli: un esilarante e surreale catalogo di “tipi” elefanteschi. Una curiosità forse sciocca: ma perché proprio l’elefante? 

Eh. Me lo son chiesto anche io. Tra tutti gli animali ho scelto uno dei più complessi perchè poco connotato (a parte la dimensione e alcuni dettagli come la proboscide e le grandi orecchie). In effetti mi sono messo in difficoltà da solo, forse potevo scegliere qualcosa di più facile. Però è anche vero che l’elefante ben si prestava al paradosso e al comico che deriva dalla decontestualizzazione e dal ribaltamento: come nella barzelletta dell’elefante che nel campo di fragole per nascondersi si dipinge le unghie di rosso… Ecco, diciamo che forse l’elefante ben si prestava a venirmi incontro nell’assurdo e dunque nel comico, come gli elefanti ballerini in Dumbo.

Copertina di settembre 2021 della rivista Andersen, illustrata da Sergio Olivotti

La musica si intreccia spesso con i suoi lavori, infatti è anche musicista e compone canzoni che fanno da colonna sonora ai laboratori e le presentazioni che tiene per i bambini; quali generi musicali la emozionano?

Non sono un vero musicista, strimpello chitarra e armonica ma non so leggere la musica. Nonostante ciò ho scritto canzoni fin da quando avevo 15 anni. Ultimamente tendo a inserire una canzone in ogni libro e probabilmente continuerò a farlo anche in futuro (per gli elefanti sto finendo la seconda canzone: dopo “Lo ska dell’elefante dal dietologo” arriverà  a breve il “Funk-elefante”).

Tra i miei generi preferiti c’è la Bossanova, ma in realtà ascolto cose molto diverse a seconda dell’umore: Vinicius de Moraes, El Cigala, Paolo Conte, Sergio Caputo… Dipende. La musica è come la letteratura, mi piace a prescindere dal genere se è fatta bene.

C’è uno dei libri da lei scritti e/illustrati a cui è particolarmente legato?

Sempre quello che sto finendo di preparare! Me lo ricordava scherzosamente Davide Calì proprio l’altro giorno: “Sergio, quando mi fai vedere un nuovo progetto mi dici sempre: questo sarà il più bello che ho mai fatto!”. In realtà per ragioni diverse sono affezionato a tutti quelli pubblicati, ma in tutti c’è qualcosa che rifarei diversamente se solo potessi.

Cosa consiglierebbe ai giovani che desiderano lanciarsi nell’illustrazione? 

Di non frequentare corsi di tecniche di illustrazione. L’illustrazione è una branca del design. E’ progettazione. Il metodo conta più della tecnica, il proprio immaginifico e le storie che si sono lette-vissute-immaginate sono il bagaglio che conta di più. Direi loro di guardare molti film, di sfogliare molti libri illustrati, di provare a fare perchè, come diceva una mia amica saggia, “per fare bene bisogna bene fare”. Provare, provare, provare…

Che caratteristiche deve avere secondo lei un libro per bambini di qualità? Cosa manca ancora nel mercato editoriale italiano per l’infanzia?

Olivotti alla sua mostra personale “Don Quixote del Mar” a Canelli

Siamo di nuovo lì: per essere fatto bene un libro per bambini deve essere ben fatto. Ok, sembra tautologico ed è un po’ una battuta. Però è così. Le variabili sono infinite, difficile riassumerle in un’intervista. Per quanto riguarda il mondo editoriale italiano, credo che la situazione non sia affatto malvagia. Siamo bravi. Nell’editoria per l’infanzia italiana c’è per fortuna un po’ di tutto: dagli editori più seriosi e un po’ d’elitè, a quelli più attenti alle tematiche educative, a quelli più lirici e poetici. Forse il comico è messo un po’ in disparte per un retaggio culturale tutto nostro dove la commedia perde sempre rispetto alla tragedia, è sempre considerata di serie B. Che lo sia anche nei libri per bambini mi sembra un po’ sciocco…. Però un po’ in Italia è così.

Qualche progetto futuro di cui può svelarci qualcosa?

Illustrerò un libro per una casa editrice francese. Ho sempre guardato con ammirazione la Francia per la cultura visiva (fotografia, fumetto, albi illustrati).

Ho anche diversi altri albi in lavorazione. Ecco, mi son posto come obiettivo quello di fare per un po’ solo albi. I libri che ho in gestazione per il 2022 e 2023 son tutti albi.

Ora qualche domanda lampo, per concludere:

Se Sergio Olivotti fosse un luogo…?

Sarebbe Genova. Io senza mare non posso stare.

Una canzone?

Samba della Rosa nella versione di Ornella Vanoni, Vinicius de Moraes e Toquinho

Un oggetto?

Una schiorda… (googleate “L’ultimo schiordatore”)

Un film?

“2001 Odissea nello Spazio”. Un capolavoro della storia dell’arte e non solo del cinema.

 

Per i curiosi che si domandano cosa sia una “schiorda”, mi sono documentata. Sappiate che Sergio Olivotti è l’ultimo conoscitore della raffinata e misteriosa arte della schiordatura, che prevede l’utilizzo di rari strumenti quali la zorba, la trappa, il nicchiello, la sorbola, il rizzaschiorda e la smorzola.

Sta a voi immaginare a cosa possano servire…

Un grazie infinito a Sergio Olivotti per avermi concesso questa intervista!

Per immergervi nel suo mondo, vi invito a fare un tuffo nel suo sito web, che trovate qui.

Alla prossima!