La piscina di palline

Quello che intendo io, quando sogno una piscina di palline, è qualcosa di molto retrò e molto selvaggio. Qualcosa che oggi sarebbe impensabile, innominabile, inconcepibile; quanto di più lontano dalle attuali norme di sicurezza e di igiene.

Io vedo un vecchio gonfiabile, tenuto in piedi a fatica da un compressore più rumoroso di un martello pneumatico, pieno di palline colorate: rigorosamente rosse, blu, verdi, gialle, e nelle versioni più moderne addirittura viola.

Un covo sputacchiato di sudore e germi, in cui i bambini (quelli veri) si buttano urlando come non ci fosse un domani. Ne entrano dieci, ne riemergono due; gli altri sono sotto, che nuotano come barracuda affamati. All’improvviso ti senti afferrare una gamba e vieni trascinato giù, e non sai quando rivedrai la luce del giorno.

La leggenda narra che la piscina di palline fu inventata da una cuoca svedese, alle prese con il pranzo domenicale. La donna lasciò a raffreddare incustodito in cortile un gigantesco pentolone pieno di köttbullar (polpette svedesi), e si dedicò al resto delle portate. Resasi conto di non aver sentito fiatare i suoi sei figli per tre ore, si mise a cercarli per casa preoccupata; li trovò immersi nel pentolone, a nuotare spensierati nelle polpette.

L’idea fu brevettata, inizialmente con palline in rovere; l’arrivo della plastica fu salutato con gioia dai bambini svedesi, che a forza di tuffarsi nel legno avevano il cranio ridotto a una köttbullar.

Non è un caso che ogni negozio Ikea sia dotato di una piscina di palline all’ingresso, dove puntualmente abbandoniamo i nostri figli; si tratta infatti di un omaggio all’invenzione dell’ingegnosa massaia, il cui figlio minore era nientepopodimeno che Ingvar Kamprad, futuro fondatore di Ikea.

Tutto inventato, ovviamente; ma non mi dite che non vi piacerebbe farvi un bagno nelle polpette.