“Pinocchio” di Gek Tessaro: un burattino fedele a sé stesso

“Pinocchio”, Gek Tessaro, Lapis Edizioni

Pinocchio è uno dei personaggi che ha subìto più rimaneggiamenti e riletture, perché non smette di affascinare. Al di là di tutte le possibili interpretazioni e simbolismi, Pinocchio è un monello di buon cuore, che vuole essere accettato per quello che è.

Tutte le sue birichinate non nascono da una propensione al male, bensì dal desiderio di spensieratezza, dalla curiosità, e talvolta anche da buone intenzioni…inseguite con i mezzi sbagliati, per la sua ingenuità. Non siamo stati forse tutti così?
Inoltre si trova ad affrontare situazioni e scenari spaventosi: assassini, foreste buie, prigionia, lavori forzati, trasformazioni, abissi…
Noi lettori, al sicuro sulla nostra poltrona, lo osserviamo peregrinare tra mille pericoli, lo vediamo disperarsi per poi rialzarsi sempre, grazie all’aiuto di quelle poche figure “buone” che sanno capirlo e gli danno fiducia: Geppetto, il Grillo, la Fata Turchina.
Non è triste che alla fine questo intrepido burattino di legno debba rimanere un guscio vuoto? Non ci ispira invece un’immediata antipatia questo “bambino vero” che per il solo motivo di avere carne e ossa dovrebbe eclissare il valore di tutti i guai, le lacrime e il sudore del povero Pinocchio?
Gek Tessaro non ci sta.
L’artista veronese decide di dare una nuova vita alla storia di Pinocchio, sia rendendo il testo più fluido e leggibile (senza tagliare), sia prendendosi la libertà di cambiarne il finale, compiendo un’operazione coraggiosa. Il risultato è un Pinocchio “fresco” e onesto, depurato dall’ottocentesca tendenza moraleggiante ma nel rispetto dell’originalità stilistica di Collodi e della completezza della trama, che oggi difficilmente conosciamo per intero proprio per via di un testo ormai lontano dal nostro linguaggio comune.
Tessaro “mette le mani avanti” nella sua prefazione al testo, in cui spiega le sue motivazioni; Pinocchio impara dai suoi sbagli da burattino, non da bambino. Il suo percorso di crescita lo compie nel suo corpo di legno; è in quella veste che viene adottato, chiamato, conosciuto, amato. In un corpo da bambino si sente estraneo, e sente di aver perso un’importante parte di sé.
 La durezza del suo legno può rappresentare la sua cocciutaggine, ma al contempo la sua determinazione.
Così Tessaro sceglie di “liberarlo” da un’identità che non sente propria, riportandolo allo stato legnoso. Nella pagina finale lo vediamo saltare sorridente, felice di poter essere di nuovo birichino e bravo, impertinente e amabile, lagnoso e coraggioso.
Nella prefazione ci viene spiegata anche la soluzione visiva scelta da Tessaro: un Pinocchio bianco, che spicca su scenari fatti di spesse pennellate e pochi accenni di scenografia, per evidenziare la differenza tra la natura “fantasmagorica” di Pinocchio e quella materiale del mondo circostante.
Le mani grandi del burattino sono un richiamo alla sua nascita, avvenuta grazie alle sapienti mani di Geppetto, e alle numerose mani che incontrerà sul suo cammino: mani accudenti, prepotenti, che abbracciano e che imprigionano.
Ho apprezzato moltissimo questo approfondimento regalato dall’autore, che rende la rilettura di Pinocchio ancora più apprezzabile e consapevole.
Leggendo l’auto-presentazione di Tessaro sul suo sito web, ho capito la profondità della sua esigenza di ri-raccontare l’opera di Collodi:

Non posso dire di essere stato un bambino particolarmente intelligente, però una cosa l’ho capita fin da subito e cioè che gli adulti sapevano fare un sacco di cose, male magari, ma le sapevano fare.

Io no: non sapevo stare a tavola, lavarmi, leggere, non sapevo pettinarmi e nemmeno allacciarmi le scarpe ed ero, in sovrappiù, ignorantissimo. Data l’età, ciò era anche logico ma sentivo frustrante il sapere di non sapere niente.

Occorreva dunque trovare una soluzione, qualcosa che mi potesse proteggere e una zona franca, protetta, l’ho trovata con il disegno. Rompevo un vaso? Facevo alla svelta un disegnetto, copiavo un cavallo dall’enciclopedia, lo coloravo di marrone, e quando arrivava mio padre in collera, coi cocci del vaso in mano, per chiedere spiegazioni, guardava il disegno e mi perdonava. Diceva: “Questo ragazzo è un assassino ma sa disegnare”.

Insomma, Tessaro è un Pinocchio in carne ed ossa.
La sua abilità sin da bambino nel disegnare cavalli mi ha fatto pensare a un aneddoto sul celebre albo di Maurice Sendak, “Nel paese dei mostri selvaggi”; i mostri in origine dovevano essere cavalli, ma a Sendak proprio non venivano bene, tanto che l’editore suggerì di lasciar perdere i cavalli e provare con altre creature.
Chissà che in futuro non nasca un “Paese dei cavalli selvaggi” dalle mani di Tessaro? Vista la magia che ha compiuto con Pinocchio, io ci spero.
Siccome ho adorato le sue illustrazioni, mi sono presa la libertà di provare a riprodurne una a modo mio, Pinocchio perso nel bosco…spero mi perdonerà, ma da qualcuno bisogna pur imparare.