Una Nuova x Utile = Creativa intervista a Sergio Olivotti

Posso dire che Sergio Olivotti è un mio nuovo nume tutelare, un Grillo Parlante che ha smosso dal torpore estivo la mia mente sopita.

“Creativologia. Boškov, lucertole, capezzoli, xanax e l’affascinante caso degli albi illustrati” è il suo ultimo lavoro edito da Sabir, e parla a tutti, non solo agli amanti degli albi illustrati (o di Boškov. O dei capezzoli. Leggetevi il libro che detto così sembra brutto).

Parto dalla folgorante rivelazione nelle prime pagine: “creatività” come anagramma di “cattiveria”, coincidenza che sfrutti per denunciare l’abuso odierno nel definire creativo ormai qualsiasi cosa, ad esempio i tanto odiati lavoretti (da me. Odiati da me. Ma non vi giudico, coniglietti pasquali di ovatta.)

Sergio, puoi aiutarmi nella mia battaglia contro il lavoretto chiarendo una volta per tutte perché NON è creativo?

Nella scuola italiana, ad ogni livello, è facile nasca la “moda” di alcuni termini: inclusivo, sostenibile, digitale, “lavoretto”. Il vocabolario scolastico è occupato da questo lessico spesso cacofonico e ancor più spesso retorico e vacuo. Nel merito bisogna vedere quali “lavoretti” si propongono. So che negli ultimi anni sono molti gli Istituti Comprensivi in cui si è fatto un notevole balzo di qualità nel progettare i laboratori, con finalità pedagogiche molto chiare e mezzi affinatissimi. Credo che la scuola italiana stia quindi lavorando molto e bene nella direzione della crescita della didattica. Poi, chiaramente, sta a ciascun insegnante scegliere tra riempire questo lessico in burocratese-scolastico con esperienze di qualità o piuttosto adoperarlo in modo meno nobile per abbellire contenitori (“progetti”) spesso inutili se non addirittura pedagogicamente dannosi.

Molto interessante la formula che riporti per restringere il campo: Creativo=Nuovo x Utile, in cui “utile” non si limita ad un’utilità funzionale ma include anche il nostro naturale bisogno di nutrimento emotivo, culturale, spirituale. Ad esempio, attraverso le storie.  Pensiamo invece alle “stories”, ai Reel, alla modalità con cui adesso si racconta e ci si racconta; sarà una domanda provocatoria, ma quanto c’è di creativo in tutto ciò?

Quante volte nella scuola italiana si invitano gli studenti a creare contenuti narrativi? Molto poche. Quindi, paradossalmente, trovo che creare buone “story” potrebbe essere un ottimo esercizio anche a scuola. Una piccola storia, o un Reel, su Instagram per essere fatto ad arte necessita di competenze in diversi media (il linguaggio verbale, quello visuale, quello musicale, quello cinematografico, lo storytelling).

Provocatoriamente: smettiamola di far scrivere ai nostri studenti relazioni su Monti. Insegniamo a scuola a fare Reel ben fatti; potrebbe essere una grande opportunità la cui difficoltà non è da sottovalutare perché si tratta comunque di piccoli cortometraggi che necessitano abilità trasversali, capacità di sintesi e chiarezza di obiettivi.

 

Citi spesso e giustamente Rodari e Munari, due nomi impossibili da dimenticare nell’ambito dell’educazione e la progettazione per l’infanzia. Se Rodari entrasse oggi in una classe di scuola primaria, proponendo un’attività come il celeberrimo Binomio fantastico, quali criticità riscontrerebbe?

I bimbi della scuola primaria sono ancora abbastanza vicini al mito rousseauiana di buon selvaggio. Nonostante ci sia un meccanismo politico e macroeconomico che li assedia e vorrebbe corromperli con un precoce lavaggio del cervello consumistico, i bimbi tengono duro. Almeno fino alla scuola secondaria sono ancora salvi, sono ancora i bimbi di Rodari.

 

Nel saggio l’autore racconta come “Otto e Rino” sia nato grazie ad un divertente aneddoto realmente accaduto, una sera a cena con amici…

 Munari sottolineava l’importanza di esporre i bambini al maggior numero di stimoli possibile per ampliare il loro bagaglio immaginativo; come declinerebbe i suoi laboratori in un’epoca in cui i bambini sono letteralmente bombardati di stimoli visivi, di “contenuti” prendendo in prestito un termine caro ai social, che però non sanno analizzare e comparare in maniera critica?

La manualità è di per sé creativa. Munari lo sapeva bene. Lavorare con le mani è una pratica che fa bene alla mente e alla creatività. Basta questo. E dimenticare un po’ la folle infatuazione per tutto quello che è digitale.

 

Nel progettare un albo, nel pensare a una storia per un pubblico infantile, come tenere conto di questa anestesia culturale provocata proprio dall’eccesso di stimoli?

Credo servano due cose (o forse molte di più, ma son le prime a cui penso):

1) recuperare un tempo lento, fatto di otium e comunque non finalizzato;

2) leggere “Creativologia” e comprarne una decina di copie da regalare a Natale.

Ammetto che sul passaggio su Young Signorino ho fatto fatica, ma prometto di sforzarmi e di aprire la mente (repetita iuvant: leggetevi il saggio per capire di cosa stiamo parlando!).

Sono molto d’accordo sull’urgenza di ritrovare la dimensione non finalizzata del gesto creativo, senza ansie da prestazione: è molto difficile, data la società in cui viviamo, in cui se non esibisci risultati non esisti. Come incentivare i giovani (penso agli adolescenti, target “difficile”) a non perdere il fanciullesco istinto creativo privo di inibizioni, promuovendo così il loro benessere?

Questo è l’obiettivo più difficile da raggiungere. La società contemporanea è la società dell’ipercapitalismo, così forte e invasivo da risultare addirittura invisibile (credo di aver raccontato nel saggio la barzelletta dei due pesci: uno dice all’altro “Fredda l’acqua oggi, vero?” e l’altro risponde “Cos’è l’acqua?”. Con l’ipercapitalismo consumista è la stessa cosa). È la battaglia più complicata, bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare sodo, e davvero sono convinto che moltissime maestre lo stiano facendo. Poi si vedrà. Gutta cavat lapidem (me la cavo così, col latinorum)

In “Ma che storia è” l’effetto comico è amplificato dai tre personaggi a piè di pagina, una sorta di “coro greco” che commenta gli sviluppi della storia.

 Nella precedente intervista ti domandavo perché avessi scelto proprio l’elefante come protagonista del tuo albo “Si fa  presto a dire elefante”, e mi rispondesti che la decontestualizzazione e il ribaltamento sono strategie che utilizzi per ottenere l’effetto comico, spostando il pachiderma dal suo “normale”  contesto; un paragrafo che ho trovato interessantissimo nel saggio è proprio quello dei procedimenti fantastici.

Un’altra strategia che suggerisci per generare storie è di “rompere il giocattolo”, “ricalcando” gli elementi essenziali di una storia modificandone luogo, tempo, genere… In più mi ha incuriosito il test per riconoscere un buon progetto: la microsinossi. Se non riesci a riassumere la tua idea in poche righe, non funziona.

Allora, ho provato a sviluppare una fiaba a ricalco, e dopo aver letto il saggio ho provato a sintetizzare l’idea. Vado ad esporre:

Tre alieni, costretti ad abbandonare il pianeta natale, si cercano ognuno un pianeta per sé. I due più sprovveduti, nonostante gli avvertimenti dell’alieno più saggio, colonizzano pianeti troppo vicini al famelico buco nero, il quale li inseguirà fino al pianeta dell’alieno avveduto. L’unica via di fuga è lasciarsi risucchiare e sperare di ritrovarsi in un’altra dimensione: i tre, infatti, si ritrovano trasformati…in tre porcellini .

Ti chiedo un giudizio spassionato: è abbastanza micro per una sinossi efficace? E’ una geniale boiata? Ce ne sono già troppe di fiabe a ricalco sui tre porcellini?  

Della tua, che è più una sinossi che una microsinossi, mi piace il finale e terrei quello per costruire una sorta di prequel di una storia classica. Ma un prequel che si rivela tale solo all’ultimo.

Ora ti porto un po’ nel “mio”, la didattica museale, in cui la progettazione è fondamentale per sviluppare e realizzare percorsi  educativi e laboratoriali, soprattutto per i più giovani. Se Sergio Olivotti dovesse progettare… un Museo? Che tipo di Museo sarebbe? Cosa manca nei Musei (quelli italiani, in  particolare) affinché l’esperienza per il visitatore sia di natura profonda, duratura e trasformativa? E a livello prettamente architettonico, in cosa cercheresti il genius loci per il tuo Museo?

È un campo d’azione fenomenale per la creatività e la narrazione, con tutti i media a disposizione e la possibilità di forte interazione col pubblico-visitatore.

Per quanto riguarda l’aspetto architettonico vi invito solo a riguardarvi le opere di uno dei più grandi architetti viventi: Renzo Piano. Piano ha progettato diversi contenitori museali e ogni volta ha trovato il genius loci in modo diverso. Lo racconta molto bene in “Diario di Bordo” e “Atlantide” (scritto col figlio Carlo, grande giornalista e scrittore).

In sintesi, non esiste un solo metodo progettuale. Se lo affermassi ora contraddirei completamente quanto cerco invece di suggerire in “Creativologia”. Posso dirti come “non farei” un museo. Non farei mai un museo alla Mario Botta. Con tutto il rispetto per il celebre architetto svizzero (per fortuna non tutti hanno le stesse idee sull’architettura), vedo nel suo approccio una totale indifferenza alla cultura del luogo: il Mart è a Rovereto, ma potrebbe tranquillamente essere anche a Bari o a Tokio. Questo è un approccio al genius loci che non amo particolarmente.

Un grazie speciale a Sergio Olivotti per la pazienza nel decifrare le mie e-mail che assomigliano più a dei flussi di coscienza. Sapete già cosa regalare ai vostri amici a Natale: non c’è di che!

Scherzi a parte, oltre agli appassionati di design, progettazione per l’infanzia, illustrazione e scrittura per l’infanzia, trovo il testo un prontuario utilissimo anche per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria per trovare interessanti spunti operativi che coniughino lingua e arti visive, sperimentando la Creatività con maggiore cognizione di causa e divertendosi pure. Perché se manca la dimensione del piacere, del gioco, dell’esplorazione. si impara, certo; ma col quadruplo del tempo e quintuplo della fatica.

Buona lettura!